14/04/2006
Byron e Parzanese
Sono trascorsi più di cento cinquant' anni da quando, il 20 agosto 1852, moriva in Napoli, nella locanda L'Aquila Nera, il poeta Pietro Paolo Parzanese di Ariano Irpino. L' avvenimento ha avuto scarsa risonanza nella provincia irpina. E' più utile, certamente, rileggere Parzanese, rivisitarne la bibliografia, evitando l'effimero, anche se paludato di ufficialità.
Giudizi e pregiudiziHa pesato sulla produzione poetica del Parzanese il giudizio espresso su di lui da Francesco De Sanctis, che lo definì in modo quasi lapidario " buono e pio poeta di villaggio". E sulla stessa lunghezza d'onda un letterato attento, come Giuseppe Gabetti, mezzo secolo fa , a proposito della poesia popolare in età romantica scriveva: "la poesia che cercò d' ispirarvisi, divenne sentimentale-borghese (Prati, Canti del popolo), o sentimentale-paesana, in bonarietà di stile parrocchiale (Parzanese)". Non differisce di molto il giudizio di autori recentissimi. Così Giulio Ferroni :" Tra i numerosissimi esponenti di questo Romanticismo minore possiamo ricordare anzitutto due poeti meridionali provinciali e appartati, come il lucano Niccola Sole e l'irpino P. P. Parzanese, celebre quest'ultimo per la sua lirica di tono popolare, legata alla vita quotidiana del mondo contadino, rivolta all'edificazione morale e alla difesa dei valori dell'umiltà e della rassegnazione".
Anche la critica letteraria ha una sua storia e una sua evoluzione; sono difficili i ribaltoni in politica, figuriamoci nella storia letteraria. Studiare, però, un autore e leggerlo alla luce della nostra sensibilità e dei nostri strumenti interpretativi non costituisce un reato, tutt'al più un'opinione diversa. Il lavoro è difficile, impegnativo ma stimolante.
Il poeta e il traduttoreNel 1837 P.P. Parzanese pubblicò un opuscolo dal titolo "Melodie ebraiche di Lord G. Byron". Si tratta di 23 componimenti del poeta inglese estrapolati dalle sue opere più famose. In Italia, come scrive Mario Praz, il Byron trovò schiere di traduttori e d'imitatori. Proprio nel 1837 era stata pubblicata una versione delle opere byroniane da Giuseppe Niccolini. "Tutti i poemi di questo robusto scrittore(Byron) -scrive il Parzanese nell'introduzione alla sua traduzione- sono conosciuti all'Italia per la compiuta versione che ne ha fatta Giuseppe Nicolini."
L'interesse dei letterati italiani per Byron non erano poi tanto diverso da quello dei loro colleghi europei. Il poeta inglese era diventato l'eroe della ribellione romantica: egocentrico e generoso, vindice di tutte le libertà e preda di tutte le passioni." Aveva -scrive il Gabetti- come forse nessuno ebbe mai l'istinto e il genio del bel gesto; l'azione improvvisa e inconsueta che colpisce le immaginazioni ed esalta i cuori, la sentenza eloquente che nella lapidarietà delle sue formulazioni inattese sembra dilatare senza limiti gli orizzonti umani, la parola carica di passione e di calore che eccita e trascina. E passò per l'Europa come una meteora, accendendo passioni di donne e illusioni di poeti, ed entusiasmi generosi e fervori ideali".
Il poeta irpino, provinciale e appartato, aveva sottomano nel 1837 la produzione più aggiornata delle opere di Byron tradotte in italiano. Nel suo lavoro Parzanese ebbe "compagno all'opera il caro e coltissimo Carmine Modestino, il quale colla sua perizia nell'idioma del Tamigi ci andò man mano sponendo le recondite bellezze di queste melodie".
Carmine Modestino di Paternopoli era nato nel 1802, sette anni prima dell'amico Parzanese; alla data della pubblicazione delle Melodie ebraiche aveva al suo attivo pubblicazioni di carattere letterario e storico su riviste specializzate ma anche un saggio su Byron del 1826, "di cui -scrive Rossana Stanco nel suo profilo del brillante avvocato paternese- non vi è più traccia nel fondo manoscritti Modestino" della Biblioteca Provinciale di Avellino. E ancora si cimenterà con una traduzione pubblicando nel 1848 Il Giaurro di Byron.
Il mito di Byron in provincia.
Non solo il poeta Parzanese e il fine letterato Modestino avevano interessi per le opere di Byron. Sempre in quel lasso di tempo un altro irpino Paolino Macchia, medico e scienziato, trova il modo come inserire in un suo lavoro scientifico sulla Valle di Ansanto del 1838 un richiamo al poeta romantico. Descrivendo, infatti, il paese di Villamaina dice:" Ne' calorosi giorni della state vi si gode alla sua ombra (dell'olmo che sta nella piazza principale), ove non ti dispiacerebbe passare le ore dell'ozio sulla molle erba, che le radici ne rinfresca, in leggere qualche pagina della Divina Commedia, le bellezze del Monti, di Byron e del Manzoni".
Se in una provincia appartata troviamo così diffuso l'interesse per la letteratura straniera, inglese per giunta, vuol dire che la circolazione delle opere letterarie tra le persone di cultura non era rara né eccezionale. Può risultare interessante la riflessione che faceva P. Calà Ulloa nella sua letteratura contemporanea del Regno di Napoli pubblicata nel 1858 e scritta in francese: "La poesia filosofica di Byron, tumultuosa e veemente non era gustata, di questi tempi, che da un piccolo numero di eletti. Non si studiava allora l'inglese; accadde più tardi che si cominciò a familiarizzare con questa lingua".
La valutazione di un contemporaneoPietro Calà Ulloa (1802-1879), magistrato uomo politico di sicura fede borbonica anche dopo gli eventi del 1860 ,che segnarono la fine del Regno, scrisse molte opere di carattere storico e letterario, tra cui la già ricordata storia della letteratura contemporanea del Regno di Napoli, due volumi in lingua francese pubblicati a Ginevra e ricchi di notizie su due secoli della cultura napoletana.
A P.P. Parzanese l'Ulloa dedica un' attenzione particolare."Uno di quelli che merita di avere un posto tra i poeti più stimati di questo periodo è P.P. Parzanese". E ancora: "Parzanese forse è il poeta che ha lavorato di più dell'orecchio. Ma noi vediamo subito nelle sue Melodie ebraiche che non manca di ardore impetuoso, possedendo al più alto grado il dono felice dell'armonia".
"Ma una traduzione dove l'ispirazione si mostra ben superiore a quella della versione testuale, e che fa rivivere, ci sembra, il soffio che anima il modello, è quella delle Melodie ebraiche di Parzanese"
"Io oserei anche dire che il traduttore vi si mostra meno e l'autore di più. Giammai la difficoltà dell'originale getta oscurità o languore nello stile; il traduttore è vivo, mostra la forza, l'impeto, la concisione...Il genio del poeta inglese è riprodotto con slancio.Era inoltre questo soggetto a sedurre la fecondità e la nobile immaginazione del traduttore.
La scelta di ParzaneseDel poeta inglese Parzanese non predilige i motivi dell'uomo che insorgere contro la società e il destino senza piegarsi nemmeno dinanzi all'ultimo mistero. "Le Melodie ebraiche -scrive Parzanese nell'introduzione- intanto che sono componimenti di un genere più mite e direi quasi elegiaco non sappiamo che fossero per altri state voltate nella nostra lingua pieghevole e armoniosa, ed invano facemmo voti finora per vederne arricchito l'Italo giardino, nel quale sarebbero cresciute come fiori più spontanei perché più gentili e delicati, quali a fiori del nostro clima esser si conviene".
Il poeta di Ariano vede nel canto di Byron una partecipazione appassionata per la sciagura del popolo ebraico. "Né per diversa cagione -aggiunge - dovette versare un pianto generoso sulla fatale fortuna de' figli di Heber, i quali fuggono di terra in terra come uccelli peregrini, e pare che fra tutti gli uomini fossero marcati in fronte colla cifra di un'infamia incancellabile. Ecco perché in questi suoi canti ci si rappresenta come un esule Galileo che si aggira polveroso sulle sponde del Giordano, rivede le rovine del tempio di Sion, siede all'ombra de' cedri del Libano e tocca le corde dell'arpa dolorosa per lamentare la patria perduta e sparge sulla tomba de' padri suoi una lagrima ed un fiore...Ed è questa poesia che commuove blandamente il cuore e la sua armonia non spinge né alla disperazione né al delitto".
Furono anni fecondi, quelli del 1837 e dintorni. Oltre alle citate Melodie, il prof. Emilio Monaco in un saggio sul poeta suo conterraneo annovera fra le traduzioni del Parzanese: "la pubblicazione della Preghiera per tutti di V. Hugo. Tradusse ancora e pubblicò il Cantico dei Cantici, il Mistero e Cielo e Terra del Byron, tre Messiade di Klopstok e passi lirici del Faust di Goethe". E proprio dal Noviziato di Guglielmo Meister riprese, traducendoli e dedicandoli alla sua patria, i versi famosi: Sai tu la terra, dove gli albòri / son belli, e belli sono i tramonti? / Dove di verdi cedri e di allori / incoronati si alzano i monti? / Quella è la Patria mia!
Virgilio Iandiorio
21:41
Scritto da : leodillon
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